Andalusia 2001

Note
Intro
Day 0 (lun 26.11.2001): da Verona a Genova
Day 1 (mar 27.11.2001): da Barcelona a Murcia
Day 2 (mer 28.11.2001): da Murcia a S.José
Day 3 (gio 29.11.2001): nei dintorni di S.José
Day 4 (ven 30.11.2001): da S.José a Marbella
Day 5 (sab 1.12.2001): da Marbella a Zahara de los Atunes
Day 6 (dom 2.12.2001): da Zahara de los Atunes a Cordoba
Day 7 (lun 3.12.2001): da Cordoba a Granada
Day 8 (mar 4.12.2001): da Granada a Mojácar
Day 9 (mer 5.12.2001): nei dintorni di Mojácar
Day 10 (gio 6.12.2001): da Mojacar a Barcelona
Day 11 (ven 7.12.2001): da Genova a Verona
Final edit (epilogo)


Note (17 anni dopo)

Eravamo nel 2001. Internet era agli albori (niente TripAdvisor, GoogleMaps, …). I cellulari servono per telefonare e mandare SMS; dall’estero costa cifre esorbitanti; non vanno in internet. Il WiFi di fatto non esiste. Il GPS non ce l’ho ancora, e comunque non dà posizioni precise.
Trovate poche foto perché siamo (per me) nell’era pre-digitale. Un album più completo è disponibile qui, ma sono comunque scansioni di negativi e… mamma mia che foto facevo!
La mia dotazione digitale è costituita dal Nokia 3210 e dal Palm Pilot ribrandizzato IBM Workpad.


Intro

Perché Andalusia?

Ho bisogno di vacanze!!! Voglio farle con la mia Transalp (TA)…

Dunque… mumble mumble… potrei andare alle Canarie… No, l’isola è grande ma mi sa troppo di rifugio turistico in questo periodo dell’anno. Ci troverei probabilmente un sacco di pensionati tedeschi ed inglesi…Anche Creta sarebbe simpatica. Potrei noleggiare una moto sul posto. Si, ma non sarebbe la mia povera TA! Se la merita anche lei una vacanzina…

Grecia? Adesso, in questa parte dell’anno, non mi ispira poi tantissimo…

Spagna? Ci sono stato in Interrail, di passaggio tantissimi anni fa e praticamente non la conosco proprio. Le città tanto decantate di Granada, Cordoba e Sevilla solleticano non poco la mia curiosità, come pure due posti scovati in rete, dove ci sono alberghi caratteristici: Guadix con le camere nelle caverne delle antiche abitazioni troglodite, e Cortes de la Frontera nel pieno del parco naturale. Inoltre su una rivista ho appena letto di un viaggio enduro-style nelle sierras a nord di Almería… why not?
E’ un po’ di tempo che tengo d’occhio le previsioni meteo e le temperature delle mete candidate: nel sud della Spagna c’è ancora abbastanza caldo.
Problemi linguistici? Credo di avere abbastanza faccia tosta per improvvisare decentemente quello che mi dovesse servire. Da contatti di lavoro avuti con colleghi spagnoli ho potuto verificare che spesso quando noi parlavamo in italiano e loro rispondevano in castigliano ci si capiva molto bene, o quantomeno ne eravamo tutti convinti!
Ciliegina sulla torta: anche i costi degli alberghi e ristoranti non sono stratosferici.

Alcuni consigli di miei amici prima della partenza…

Sei a posto con le gomme?
Certo. Quasi.

Stai attento al traffico in Spagna. Più che altrove hai bisogno di mille occhi!
A parte Barcellona e poche altre città, nessun problema

Devi assolutamente provare il prosciutto spagnolo
Verissimo. E apprezzarne i diversi tipi!

In Spagna è obbligatoria la cassetta pronto soccorso
Ma in moto ingombra troppo, speriamo che lo sia solo per le auto.

Portati delle buone guide turistiche
L’ottima guida verde della Michelin sull’Andalusia, e la guida Signpost della Thomas Cook “Andalusia e Costa del Sol” per le vacanze in auto.
Scartate alla partenza quelle che parlano di tutta la Spagna: troppo peso da portarsi appresso. E visto che sono in prestito non posso “estrarre” le sole pagine utili.
Completa il corredo un dizionario quasi tascabile italiano-castigliano e viceversa della Collins (acquisto last-minute).

Cosa racconto

Non ho nessuna pretesa di raccontare tutto sulle città o sui posti che ho visitato. Per questo ci sono le guide turistiche. Né ho la pretesa di aver visitato esaurientemente i posti dove sono stato. Ma poi:
“the destination is only an excuse; the ride is the experience”.


Day 0 (lun 26.11.2001): da Verona a Genova

Giornata di trasferimento da Verona a Genova per l’imbarco Grandi Navi Veloci verso Barcellona, iniziata con un saluto a qualche amico. Almeno tagliamo un po’ di autostrada in Francia…mi bastano i quasi 300 km da fare per arrivare a Genova via A4 per Brescia, A21 per Cremona Piacenza nella Terra delle Nebbie fino a Tortona e poi la A7 fino a Genova Ovest. Parecchio freddo, anche passando sotto al “meridiano autostradale”, ma per fortuna la nebbia è stata clemente. Solo poco prima del casello di GE è iniziata una fastidiosa pioggerella; non abbastanza per decidere di fermarmi e mettermi l’ennesimo strato, quello esterno ed anti-acqua.Persiste a gocciolare fino al porto, ma comincia forte solo quando mi sono messo al riparo sotto una delle costruzioni in attesa di potermi imbarcare. Aspetto al coperto ed al riparo dal vento e, tra una telefonata (ma come diavolo facevamo quando non avevamo i cellulari?!), una fetta di torta (omaggio pre-viaggio di una gentile amica) che mi sono portato, qualche volo pindarico, qualche ultimo sprazzo di remember delle preoccupazioni d’ufficio arriva anche l’ora dell’imbarco. Alle 22 finalmente la Fantastic prende la via del mare. Personalmente considero questi viaggi in traghetto piuttosto noiosi, ma comunque mi permetterà di arrivare a Barcellona un po’ più riposato che non facendo lo stesso tratto via terra.


Day 1 (mar 27.11.2001): da Barcelona a Murcia

Una notte di mare abbastanza mosso trascorre senza problemi. Per ingannare il tempo sono riuscito a leggere La Stampa dal titolo di testa all’ultima parola della pubblicità dell’ultima pagina. Nella sala della piscina, in attesa di arrivare e sbarcare, il sottoscritto ed i pochi altri passeggeri vengono allegramente anche se involontariamente intrattenuti da Attilio (name changed) il “trasportista” (come si definisce lui) de Roma che, tra una telefonata per cercare un carico per il viaggio di ritorno ed uno scambio di battute con i colleghi, fa amicizia con unniño; qualcosa mi fa supporre che fosse però più interessato alla sorella/cugina/… Ultime sue parole: i poliziotti sono hijos de puta. Il suo dubbio rimaneva solo su chi meritasse la testa della classifica, tra quelli italiani ed i loro colleghi spagnoli.
Finalmente Barcellona. In cerca di un bancomat, giusto per avere qualcosa più delle 500 pesetas che ho in tasca in valuta indigena. Apprezzo sempre molto le traduzioni che vengono utilizzate sui bancomat (più tardi ne troverò una che mi chiede di tasteggiare il mio codice personale). Bene nulla più mi trattiene, andiamo verso il sud. Dove cavolo sarà l’autostrada?!? Con l’intuito, la fortuna ed il non meno provvidenziale consiglio di un tassista trovo la via.
Dopo il terzo casello dove devo solo pagare mi sorge il dubbio che gli spagnoli abbiano tratto ispirazione da “Mezzogiorno e mezzo di Fuoco” di M.Brooks per come e dove piazzare questi benedetti ostacoli alla libera circolazione. Almeno pago meno delle macchine.
L’intenzione è di mettere quanta più strada possibile sotto le gomme prima di fermarmi per la notte a dormire in un qualche albergo. Che so, tipo di arrivare da qualche parte tra Castellón de la Plana e Valencia.
A rendere meno monotono il viaggio ci pensa il vento che a tratti arriva a raffiche tali da spostarmi per bene nella mia corsia. Che si fa? Si viaggia con prudenza e si tiene aperto, a velocità tali da permettermi di controllare la moto prima di invadere altre corsie. Se non altro il dover stare all’erta e il fresco della notte mi tengono ben sveglio.
Ogni tanto vengo investito da un intenso profumo di arance. Mi sembra di ricordare di aver letto da qualche parte o visto in qualche film che significa che qualcuno ti sta pensando. O che è un presagio di morte, non ricordo bene. Faccio gli opportuni scongiuri. Potrebbe anche essere che siamo nel paese delle arance.
A Alicante, fine dell’autostrada a pagamento (e le ultime due tratte almeno funzionano come da noi: biglietto e paghi – caro – in base alla percorrenza) comincio ad essere più stufo che stanco. Bene, alla prossima che mi ispira mi fermo. So per esperienza che queste mie risoluzioni mi portano facilmente a fare ancora parecchia strada e quindi l’ultimatum è la prossima grande città: Murcia. Dove infatti arrivo poco dopo mezzanotte. Le strade sono ancora bagnate; deve aver finito di piovere da poco. Andando a caso in direzione centro troverò pure un albergo. O no. Giro per un bel po’ per quartieri evidentemente non pensati per il turista e solo per caso mi ritrovo nella piazza centrale, davanti al Melía Confort di Murcia, un bel quattrostelle. OK, non è il caso di esagerare, non sono così disperato! Se c’è questo ci sarà qualcos’altro di più abbordabile qui vicino. Riparto senza accorgermi del sasso che avevo sotto la gomma anteriore e rischio un bel capitombolo proprio davanti al Melía. Limito ad una bella sfollata che non manca di attirare l’attenzione di qualche passante e che mi segnala che è proprio ora di smetterla e trovo un trestelle dall’aria accettabile.
Nello spagnolo improvvisato che mi contraddistingue esordisco con la richiesta che sarà ripetuta durante tutto il viaggio: ¿tienes una habitacion por una persona por una noche y un posto seguro por la moto? Vengo invariabilmente travolto dal fiume di parole straniere e dopo qualche ¡habla lento! riesco finalmente a capire dov’è il garage, che devo scendere al secondo sotterraneo e anche che ci sono le scale interne che mi riportano nel vicolo, nella galleria di fronte all’ingresso dell’hotel. Mi fido, ma il bloccadisco lo monto lo stesso. Doccia-letto-ronf. Cibo? Lasciamo stare… ultima fetta di torta e coca-cola da minibar. Bei programmi fanno vedere di notte in TV in Spagna!


Day 2 (mer 28.11.2001): da Murcia a S.José

Colazione nel bar-ristorante dietro all’angolo, su un bancone di alluminio che di sera viene trasformato per l’esposizione del pesce fresco. Spremuta di arancia con buccia: conferisce quel particolare gusto…
Splende il sole. Si riuscirà a trovare l’uscita giusta da questa città. Il bello del viaggiare senza costrizioni di tempo e mete immediate precise, è che non esistono strade sbagliate. Quindi anche arrivare a Cartagena va bene, anche se non proprio sulla strada. Da qui via Mazzarón, Águilas, Los Lobos, Vera, Garrucha, la spiaggia di Mojácar dove si passa davanti al Parador de los Reyes Católicos, il lussuoso albergo turistico a gestione statale, Carboneras, Venta del Probe, Campohermoso, San Isidro arrivo nel primo pomeriggio a San José, meta che mi ero prefisso dopo averne letto nel numero di novembre della rivista tedesca Tourenfahrer. Un panorama ricorrente soprattutto in questa parte dell’Andalusia sono i teli di plastica che ricoprono le gigantesche serre: da questa zona proviene parte degli ortaggi e della frutta fresca che arriva sulle tavole europee fuori-stagione.
Arrivato in paese, giro un po’ in lungo e largo per orientarmi e farmene un’idea. Ci si mette un attimo, tanto è piccino. E’ un paese vacanziero di mare decisamente fuori stagione. Però un po’ di bar, ristoranti ed alberghi sono aperti. Decido per un’albergo che mi pare pulito ed accogliente. Alla richiesta di un posto sicuro per la moto la signora alla reception storce un po’ il naso, mi chiede “che moto?” e dopo averla vista mi dice che di notte è meglio se la porto nel cortile interno. “Scusi, ma da dove si entra?” “Attraverso la reception, ovvio!” Sicuramente la prima volta che la mia Transalp transita su un tappeto! Nel cortile interno sarà a meno di 3 metri dal mio letto. Così credo proprio che dormirò tranquillo.
Si potrebbe anche mangiare qualcosa. Rinnegando tutti i miei principi di quando vado all’estero, opto per la pizzeria da Paolino, praticamente di fronte all’albergo: ne esce una buona musica ed uno stuzzicante odore d’aglio. Dopo il sole, l’aglio sarà la seconda costante del viaggio, sempre presente.
Paolino gestisce la pizzeria da 2 anni, anche se è qui da 3. Chiacchieriamo un po’, quanto mi basta per scoprire che proviene dall’hinterland milanese; ma sembra molto più interessato alla Gazzetta dello Sport che non a me.
Ottima pizza con una montagna di peperoni. Li digerirò per la fine del viaggio… Sembrano molto interessati anche due passerotti che arrivano a saltellare fin sul tavolo. Si lasciano scacciare proprio come le mosche.
Mentre Paolino tratta con dei fornitori che gli propongono tra l’altro un’aspirapolvere da tavolo, sua figlia (credo) è alle prese con la conversione del listino in euro. La cosa li turba: “Ma come si fa a vendere una pizza per 5,34 euro? Deve costare una cifra tonda! Cinque, sei o sette euro!”
Resto del pomeriggio a godermi il sole passeggiando, a studiare la carta (la spesso citata Michelin 446 della Spagna del Sud, scala 1:400.000) in attesa dell’ora di cena che, si sa, è posticipata rispetto a noi. Ma al Malibu, sul porto per i turisti sono abituati a cominciare prima. Vongole alla marinara, pesce spada (in zona lo chiamano aguja), dell’ottimo vino bianco e cameriera molto simpatica rendono questa cena degna di essere dedicata alla LISSTA! Nel tavolo vicino ci sono 2 signori inglesi, diportisti di Manchester, di cui uno sta festeggiando il 75. compleanno. E a rendere più numerosa la compagnia un bel numero di gatti, tra cui anche uno nero che ricorda molto la Skizzo.

Il caffè, che oserei definire più che accettabile e che viene servito con bustine di zucchero più abbondanti che in Italia (da 8 o 10 g, e questa bustina è completa di cucchiaino di plastica) offre l’opportunità di chiacchierare un po’, e così vengo a scoprire che di italiani che lavorano a San José ce ne sono parecchi, e che Paolino è riconosciuto come il “mas loco”. Nel frattempo arriva una coppia di signori inglesi che offrono uno spettacolo divertentissimo appena assaggiano il gazpacho. Altrettanto stupito risulta essere un mio amico che mi cerca al cellulare, quando scopre dove sono.
Lungo il breve tragitto verso l’albergo non posso fare a meno di notare una villa a 50 metri dal mare, con le tavole da surf legate lungo il muretto che porta al garage. Casa Engelmann. Poco più avanti c’è una casa con una veranda in plastica da cui proviene un blues che si accompagna perfettamente all’atmosfera da serata dalla temperatura quasi primaverile (il giubbino serve, ma è anche sufficiente).
Il clima che sono riuscito a creare in stanza, grazie al climatizzatore che fa anche da riscaldamento è quasi tropicale: così mi piace!

 


Day 3 (gio 29.11.2001): nei dintorni di S.José

Finalmente si preannuncia la prima giornata di escursioni con ritorno a S.José, senza l’assillo serale di dover cercare un nuovo albergo e soprattutto senza doversi portare dietro anche tutto il bagaglio.
Inizio con una buona colazione in albergo, dove però per la signora il caffè è inspiegabilmente ed indissolubilmente legato al latte, e non c’è verso di avere un caffè sin leche. Pazienza.
Parto in direzione Níjar; incrociando l’autostrada noto che da questa entrata non c’è il divieto di accesso alle moto, mentre il giorno precedente l’avevo notato su due entrate diverse. Maturerò poi la convinzione che si tratti semplicemente del fatto che non avevano disponibili i cartelli per il divieto di accesso ai ciclomotori e che quindi abbiano usato quello che riguarda le moto.
Attraverso il paese di Níjar sotto qualche sguardo curioso e trovo il cartello per Lucainena, anche se seminascosto sotto dei rami di piante ornamentali (il massimo della precisione che la mia (in)competenza botanica mi permette). E’ una prima tappa scelta in base al fatto che si trova in fondo ad una strada piccola, piena di curve e segnata come panoramica. Le promesse della cartina sono mantenute e questi 20km regalano curve divertentissime e panorami stupendi, prima verso la piana prima del parco naturale nel quale è situata San José e poi verso la vallata dove sono diretto, incrociando forse una o due auto.
Da Lucainena de las Torres decido di continuare verso Sorbas e di fare una deviazione verso Los Molinos del Río Aguas, deviazione che ancora una volta vale la pena. Nei miei piani poi c’è la Sierra de los Filabres. Di nuovo poco fuori Sorbas trovo la deviazione verso Uleila del Campo dove arrivo dopo una quindicina di km che scorrono in mezzo a distese infinite di uliveti, nei quali le olive pendono mature e localmente sono impegnati nella raccolta i contadini.

Anche a Uleila qualche sguardo incuriosito mi accoglie, compreso quello del postino sul suo motorino. Imbocco la strada verso la cresta della sierra. Ancora panorami stupendi e strada che diventa sempre più stretta. Non ricordo di avere incrociato altri veicoli.

Vicino alla cresta sulla sinistra improvvisamente c’è un cartello con un’indicazione che forse potrebbe anche essere vicina alla mia prossima destinazione anche se non mi risulta in cartina. Ciò che mi fa desistere è il fatto che porta su una non-strada, e quando sono da solo non sono propenso a correre rischi inutili. Proseguo nella speranza che nella peggiore delle ipotesi la strada che sto seguendo mi riporti troppo ad est rispetto ai piani originali. Mi rendo conto poi che in realtà il problema è solo nella scala della mia cartina alla quale non sono ancora abituato.
Infatti mi ritrovo a Cóbdar, che ha alle sue spalle una grande cava di granito.

Cóbdar fa parte di quei paesi conosciuti come pueblos blancos per la loro particolarità di consistere di case tutte imbiancate che si stagliano nettamente dai fianchi delle montagne. All’ingresso in paese trovo l’indicazione verso Chercos, ma per qualche arcano motivo sono convinto che la mia strada debba proseguire solo dopo aver attraversato il paesello. Desisto solo quando mi ritrovo un gran camion davanti e vedo i cartelli di “Attenzione! Sparo mine”.
Tornato sui miei passi e sulle mie convinzioni seguo le indicazioni per Chercos, lungo una strada a larghezza camion che dopo poche centinaia di metri finisce in una strada bianca. Al successivo bivio ovviamente senza indicazioni scelgo la direzione in salita. Dopo qualche tornante trovo altri mezzi d’opera e sono già quasi rassegnato all’idea di dover ridiscendere. Ma è solo un cantiere di lavori stradali (quale strada?!) e qualche decina di metri più avanti ho la conferma che effettivamente sono sulla via giusta. Anche Chercos Viejo che si staglia sulla fiancata opposta della vallata rispetto alla strada su cui mi trovo mi conforta in questa mia convinzione.
Dopo aver rinunciato ad uno strato termico nell’abbigliamento fin dalla partenza della mattina, è il momento di toglierne un altro. Temperature massime che si aggirano sui 20-22 gradi sono estremamente piacevoli!
Raggiungo velocemente Tahal e poi lungo la statale Tabernas. So che nelle vicinanze di Tabernas ci sono alcuni finti villaggi western che in parte venivano utilizzati per girare gli spaghetti western, di cui il Mini Hollywood è anche segnato in cartina. Appena fuori dalla cittadina trovo infatti le indicazioni per Texas Hollywood che mi convince soprattutto perché appena uscito dalla statale l’asfalto cessa e lungo la strada bianca c’è anche qualche divertente pozzangherone da guadare.

Arrivo all’ingresso della Texas Hollywood dove c’è la biglietteria (anche se il nome è forse un po’ altisonante per le condizioni della baracca che fa da biglietteria e souvenir shop), pago – e caro – l’ingresso, ma posso portare la moto fino ai limiti del “paese”. Ci sono alcune macchine posteggiate, ma una sola sembra appartenere a turisti che se ne vanno poco dopo. Lego la TA alla palizzata del corral e mi addentro a piedi.
Sono sempre stato un fan dei film western di Sergio Leone, ma non disdegnavo nemmeno quelli con Giuliano Gemma, Terence Hill e Bud Spencer, ecc. Girare per questo paese, soprattutto con la fortuna di non avere altri turisti e bambini variamente vestiti e schiamazzanti, da la possibilità alla mente di ricreare e rivivere quelle scene.
Le costruzioni sono tutte finte, alcune consistono solo della facciata, altre hanno anche l’interno visitabile, ma immancabilmente sono tutte in cattive condizioni: provare a salire le scale interne può rivelarsi ben presto molto pericoloso, soprattutto quando si pesa più di un bambino.
Alcune hanno il cartello con l’indicazione del nome (“Wells Fargo”, “Bank”, “Barber”, “Post Office”, “Livery Stable”) appoggiato per terra in modo da potersi rapidamente trasformare, altre ancora, soprattutto nella parte che rappresenta un pueblo messicano completo di chiesa e cimitero, lasciano cadere l’intonaco e rivelano i pannelli di compensato di cui sono costruite. Una costruzione scopre la sua funzione grazie alla presenza delle celle interne e qui stranamente le sbarre sono realmente di metallo. La costruzione in migliori condizioni è il saloon, che effettivamente funge anche da bar, e dalle cui finestre del primo piano proviene musica western sparata da massicce casse.
 

Oltre al gatto in cerca di compagnia che mi accompagna nell’esplorazione di quella che potrebbe essere la casa di don Diego de la Vega, ci sono un cammello che cerca di distruggere un pezzo della sua stalla a morsi, dei cavalli di cui si sente il nitrito ed anche dei bisonti in un recinto.

Appena oltre il paese c’è una gola che potrebbe servire per altre riprese senza doversi spostare troppo e senza rivelare la presenza del vicino paese, all’interno della quale frotte di uccellini migratori (anche le mie conoscenze ornitologiche lasciano a desiderare) affollano i pochi alberi disponibili. Anche il Fort Bravo supera le aspettative ed ha all’interno tutto quanto possa servire per farlo sembrare vero, seppure in pessime condizioni.

Comunque quanto basta per sentirsi alternativamente sceriffo o bandito, oppure Tex (anche se per via dell’età Kit Carson comincia ad essere più adeguato).
Un’idea di come possa presentarsi questo posto nei momenti turistici me la danno le foto di bambini ed adulti travestiti da cowboy vicino alla biglietteria, ma soprattutto quanto vedo alla vicina Mini Hollywood: una Gardaland in stile western. Ringrazio di essermi avventurato fino a Texas Hollywood!
Proseguo il mio viaggio in direzione Almería e poi lungo la costa verso Cabo de Gata. Sono così rientrato nel parco naturale di Cabo de Gata – Níjar, e fiancheggiando le saline arrivo fino al Faro de Gata. Splendidi panorami dal Mirador de las Sirenas e strade divertenti anche qui, anche se più frequentate, la poco brillante idea di andare fino su un promontorio vicino al faro senza prima ben guardare come è conciato il sentiero che rischia di precipitare da un momento all’altro per una decina di metri fino alla spiaggia sottostante, ed infine una deviazione fino a dove la strada che si fa sempre più ripida e stretta arriva.

Purtroppo la strada verso San José lungo la costa è veramente chiusa ed accessibile per soli pedoni. Tornando indietro passo vicino all’immenso C.E.M.A. (Centro de Experiencias Michelin de Almería) e non ancora pago mi dirigo verso la costa poco oltre, verso Los Escullos e La Isleta. Una casa al centro di un borgo è costruita sfruttando un vecchio mulino e probabilmente appartiene alla ricca fauna turistica che popola queste zone nella stagione estiva provenendo dal nord Europa. A Los Escullos un pista passa vicino ad una discoteca che sicuramente di pomeriggio in inverno non è un punto di attrazione per nessuno e conduce ad una baia da cui parte un sentiero naturistico lungo la costa nel parco naturale. La tentazione è forte…
La cena di nuovo al Malibu è ancora un volta ottima, con una buona insalata di aglio e pomodoro ed una grigliata mista di pesce che prende il posto dell’aguja.


Day 4 (ven 30.11.2001): da S.José a Marbella

A colazione rinuncio in partenza a tentare di avere il caffè senza latte. Faccio attraversare la reception alla mia TA. Appena fuori dall’albergo c’è una pattuglia della Guardia Civil: chissà cosa devono controllare in questo paesino. O è veramente tanto meno tranquillo di quello che appare in questa stagione? Ad ogni buon conto, non conoscendo le leggi fiscali vigenti, avviso la signora alla reception che a questo punto mi prepara anche la ricevuta…
Partenza in direzione della Costa del Sol. Cerco di evitare l’autostrada, ma ha una grande forza attrattiva (più che altro sembra essere veramente l’unica via che collega i vari paesi e città lungo la costa). Attraversando Almería salta all’occhio l’insegna di un locale “L’Aguja Loca” – curioso. Da qui in poi i panorami meritano, la strada invece procede piuttosto monotona. Unica nota di colore è la continua evoluzione della rete stradale andalusa: dappertutto sono indaffarati a raddrizzare le strade principali, con la conseguenza che la nuova strada si sovrappone all’incirca sul tracciato della precedente tagliandone numerose curve che appaiono ingannevolmente come false uscite e solo la demarcazione (talvolta) con qualche pietra isolata posta trasversalmente alla carreggiata ne indica la non praticabilità. Spesso servono da aree di sosta, talvolta portano a qualche casa isolata, più spesso invece terminano bruscamente con un ragguardevole dislivello proprio qualche metro prima della nuova sede.
Trovo il primo benzinaio con i prezzi esposti e praticati solo in euro. Non saprei dire se quello che era indicato sulla pompa in euro e quello che mi ha fatto poi pagare alla cassa in pesetas coincidesse…
Praticamente ogni destinazione andrebbe bene, alla fine però decido per Marbella. Di fama la si conosce, è abbastanza città da poterla girare anche a piedi e da offrire qualcosa, ha una bella spiaggia lunga… boh, proviamo. Entrando in città noto che le moto della polizia locale hanno un’aria famigliare. Non faccio fatica a trovare un albergo che mi ispiri sufficientemente fiducia, anche perché dotato di garage. Piazzo la moto davanti al portone del garage ed entro in reception. Poche formalità (in inglese, mi sento meno ridicolo) e riesco a portare la moto a riposare. Credo che in alta stagione anche il garage sia più affollato: non ho certo problemi di scelta del posto, posso occupare tutto un posto macchina!
Abbandonato l’abbigliamento motociclistico, è decisamente il caso di sfruttare le rimanenti ore di sole: mi dirigo verso la spiaggia per esplorare il lungomare. In un’edicola per strada trovo ampia scelta di quotidiani italiani. Oltre alla onnipresente Gazzetta dello Sport, c’è anche la scelta tra il Corriere della Sera del giorno, quello del giorno prima e quello di 2 giorni prima. Vada per quello fresco di giornata. L’ideale adesso sarebbe riuscire a leggerselo in spiaggia, magari mettendo anche qualcosa sotto ai denti. Così trovo un chiringuito sulla spiaggia che ha come esca una griglia fumante dove sembrerebbero cucinare qualcosa.
Abbocco, mangio piuttosto male ma pago tanto, ho la conferma che la griglia non viene assolutamente utilizzata, ma è messa lì solo per attirare clienti e per poi affumicarli se si siedono sottovento. Però starsene seduti in spiaggia, in felpa, leggendo il giornale e gustarsi i caldi raggi del sole…! Ispira a mandare un po’ di SMS agli amici rimasti a casa in mezzo a nebbia e freddo! (E a beccarsi poi i giusti insulti di risposta).

Proseguo nella mia passeggiata sul lungomare. Si incontra di tutto, da chi fa jogging, pattina, passeggia, porta a spasso il cane o i bimbi a giocare sulla sabbia. Dall’abbigliamento più o meno succinto è facile azzardare ipotesi sulla provenienza dei vari personaggi. I condomini che si affacciano sul lungomare sono degni della fama di Marbella: non voglio nemmeno sapere a che prezzi vengono venduti o affittati appartamenti in queste costruzioni! Dove finisce la parte più “povera” iniziano i muri di cinta delle ville, con tanto di telecamere di sorveglianza. Gasp!! Il lungomare passa senza soluzione di continuità da una spiaggia all’altra (e me ne accorgo solo perché lo indicano le tabelle turistiche affisse con varie informazioni e divieti), e volendo si potrebbe passeggiare per altri km.

Di ritorno, una puntatina alla marina turistica non guasta. Anche le belle barche mi sono sempre piaciute. Prima di entrare nella zona della marina vera e propria ci sono tutti i locali e negozi per intrattenere i marinai ed i turisti, tra cui anche un bar all’insegna della Harley Davidson. Lungo la banchina poi incontro una Dominator con portatarga comasco, un jeeppone con lo snorkel (la presa d’aria per il motore portata sopra l’abitacolo) e tra le tante barche più o meno entusiasmanti mi colpisce un bel catamarano che ha a bordo anche 2 moto d’acqua; soprattutto: come farà a riportarsele a bordo dopo averle messe in acqua?!

Ma la guida loda anche il centro storico “pittoresco, con case bianche e facciate decorate da inferriate finemente lavorate, fiori e piante, dove si respira l’atmosfera delle tradizionali località andaluse” che consiste principalmente dell'”antico quartiere arabo, che conserva il suo dedalo di vicoli angusti ed irregolari”.

Vale la pena farci un giro, e durante questo ho anche la conferma: la polizia locale ha in dotazione delle TA!

Girando un po’ a casaccio non tardo a scoprire la Plaza de los Naranjos, praticamente la piazza centrale con innumerevoli alberi d’arancio, ma anche tutte le viuzze valgono abbondantemente la pena si scarpinare per qualche oretta. Effettivamente, come preannunciato dalla guida, pressoché tutte le finestre hanno inferriate: è però una caratteristica che si ripete in tutte le cittadine che visiterò.
Dopo un breve riposo in albergo, mi sovviene di domandarmi, forse tradendo un’influenza prettamente oxfordiana: “ma che è ‘sto casino?” Lo scopro uscendo. All’angolo della via, proprio di fronte alla finestra della mia camera c’è una scuola di flamenco in piena attività. Ecco spiegata l’origine del rumore e delle grida.

Dopo quattro giorni di astinenza, si potrebbe anche approfittare della presenza di vari internet cafè per vedere cosa c’è nella mia posta elettronica. Mentre rispondo a qualche messaggio mi squilla anche il cellulare e devo consultare la mia agenda sul palmare: troppa tecnologia tutta in una volta. Decido che sarà stata l’ultima visita alla mia casella prima del rientro. Il mondo può aspettare.

Posso finalmente dedicarmi alla ricerca di un ristorante. E’ un tema ricorrente, ma è anche un momento importante. E poi non è mica facile! Viaggiando da solo voglio trovare un posto dove oltre a mangiare bene non mi senta a disagio, ma non mi va nemmeno di essere coinvolto in ambienti tipo bar. E poi, il giubbotto Spidi desta stranamente sempre qualche perplessità. Va beh, la mia scelta cade anche su un posticino abbastanza di lusso ed il mio tavolo è abbastanza vicino a quello di una coppietta da metterli un pelino a disagio, sebbene lei sia più impegnata a trafficare con il suo cellulare che non a dare retta a lui. Ci resto abbastanza male quando, dopo aver detto al cameriere che non volevo una bottiglia intera, mi porta solo un bicchiere. Speravo in un mezzolitro o similia. Si impara anche così. In compenso l’antipasto dipulpo alla gallega è favoloso, mentre il pesce spada qui lo chiamano pez espada e forse è un pelino secco per lasciarmi completamente soddisfatto.

Nei dintorni dell’albergo c’è la zona commerciale più moderna, con tanto di McDonald’s e negozi di catene internazionali. L’unico che mi resta impresso è un negozietto con giochi e altro ciarpame per bimbi che oltre alla normale porta d’ingresso ne ha anche una fatta a misura di bambino, altezza forse unmetroemmezzo.

Sono ancora incerto sul programma di domani: ozio a Marbella o nuovo giro? Purtroppo o per fortuna la visita alla piscina dell’hotel, sul terrazzo dell’ultimo piano, è un po’ deludente, sebbene il panorama non sia male. Vada per il nuovo giro.


Day 5 (sab 1.12.2001): da Marbella a Zahara de los Atunes

Prima destinazione del giorno è la città di Ronda, poi l’intenzione è di proseguire per le sierre a nord ovest, scendere verso il parco naturale ed arrivare sulla costa, “da qualche parte”.
Da Marbella esco costeggiando lato-strada i lussuosi complessi residenziali, ville e alberghi che ieri ho visto dal lungomare, per imboccare poi la strada segnata come panoramica che porta a Ronda. Si scavalca prima la Sierra Palmitera e poi ci si trova all’interno della regione montuosa di Ronda, arrivando ad altitudini di poco più di mille metri slm. Le strade sono divertenti ed il sole che illumina i paesaggi rende piacevole l’essere partito abbastanza presto. A tratti l’altitudine fa sentire il suo frescolino, ma ben presto arrivo a Ronda. Ronda è conosciuta per avere la più antica (1785) o la più ampia (66 i metri di diametro) plaza de toros della Spagna, a seconda di quale guida si consulta. Poco importa, perché comunque è una cittadina caratteristica.
Arrivo in centro e mi infilo in un parcheggio sotterraneo a pagamento. La moto resta di fronte alla guardiola del custode/cassiere e mi fido a lasciare anche il casco semplicemente appeso – bene in vista. Almeno mi porto appresso solo la borsa da serbatoio, con macchina fotografica e cianfrusaglie. Imbocco la via pedonale principale. Salta all’occhio un negozio, anzi una jamonería con appesi innumerevoli prosciutti in bella mostra.

Praticamente mi trovo nella parte alta della zona nuova di Ronda, e mentre mi chiedo dove cavolo è l’arena e osservo un furgone dall’età incerta, ma persino maggiore della mia fare manovre millimetriche tra le macchine posteggiate nelle strette vie del Mercadillo, mi rendo conto che è a non più di qualche centinaio di metri da dove ho lasciato la mia TA. Arrivo alla piazza antistante l’arena: qui la polizia locale usa delle XT.
Il biglietto d’ingresso è presto fatto, senza code, e riesco a godermi l’interno senza inciampare in altri turisti. Si riesce anche a salire all’anello superiore.

Nonostante l’età, la costruzione è tenuta in ottime condizioni: persino le piastrelle sulla battuta dei gradini sono vividissimi esempi di azulejos. L’unica parte non accessibile è il palco delle autorità.
In compenso si riesce anche a visitare la zona retrostante, che potremmo chiamare “stalle”, anche se forse il termine “mattatoio” è più azzeccato. Interessanti i percorsi obbligati per i tori che si riescono a creare con lo spostamento degli opportuni sbarramenti e gli archetti di fuga, in muratura, larghi quanto una tastiera che permettono il passaggio delle persone (quasi tutte), ma non delle corna dei tori.
Il museo invece è poco più di una stanza in cui destano interesse, più dei costumi, i disegni risalenti ad epoche pre-fotografiche. C’è anche una corrida che si svolge in un parco, tra gruppetti che fanno il loro picnic, gente e cavalli incornati in posti, chiamiamoli, antipatici. Certo che pensare di farsi una domenica all’aperto con gli amici a mangiare qualcosina e dover temere non solo le formiche che ti invadono la tovaglia ma anche i tori che ci passano sopra mi lascia un po’ perplesso.
Piccola pausa al sole in un barettino nell’ampia piazza del Socorro, e riparto. All’uscita dalla città due motociclisti ricambiano il mio saluto avvisandomi della presenza di un pattuglia di polizia. Infatti, dopo il primo tornante c’è un’ecatombe di moto sportive ferme, evidentemente beccate da autovelox. Da come si snoda la strada tra le montagne nei successivi km posso capire che invoglia a correre.
Percorro ancora alcuni km di questa strada che porterebbe fino a Jerez de la Frontera, fino ad Algodonales, snobbo un distributore che “tanto ce ne troverò ancora più avanti” e giro per una strada laterale che costeggia per un breve tratto un lago e poi da Zahara de la Sierra inizia ad inerpicarsi bruscamente verso il Puerto de las Palomas (ebbene sì: puerto in spagnolo significa anche “passo”).
Dopo parecchi tornanti iniziano ad affiorare i primi dubbi sulla reale autonomia ancora disponibile. Tornare indietro non conviene, e probabilmente il punto di non ritorno è superato. Non resta che andare avanti. Guardo in alto e non vedo fine ai tornanti. Mi vedo già fermo, a chiedere a qualche caritatevole automobilista di cedermi un po’ della sua gasolina (la canna ce l’ho) e per fortuna sebbene la strada sia stretta e ripida è anche abbastanza frequentata: avrò incrociato almeno tre-quattro macchine! Tra incitamenti alla TA, invocazioni ai santi ed insulti all’ultimo benzinaro che si è limitato a riempire fin dove scatta la pistola togliendomi varie decine di km di autonomia, arrivo in cima; realizzo che ci sono tante auto ferme e che quindi deve essere il punto panoramico, butto un’occhiata veloce, metto in folle, inizio la discesa e spero di non sbagliare strada, di arrivare presto al prossimo paese e che ci sia un distributore e che sia aperto (non ho ancora visto un automatico e siamo nell’orario in cui da noi farebbero pausa pranzo). Ci sarebbero tante stradine laterali che inviterebbero a deviazioni…
Finalmente arrivo in vista di Grazalema. Dall’alto di distributori non se ne vedono. Di solito non stanno nei paesi, ma lungo le “circonvallazioni”. All’ingresso non ce ne sono. Vedo dei ragazzini con i loro scooter – anche loro sicuramente usano fare benzina – e chiedo dove posso trovare una gasolinería. Mentre gli altri ancora dibattono cercando di capire cosa ho chiesto, uno di loro mi risponde: è proprio dietro la prossima curva. Ed è pure aperto. Ed il simpatico vecchietto che lo gestisce è anche capace di far benzina alle moto come si deve! L’avrei baciato!! Uffff!!!
Adesso che mi posso concentrare un po’ più tranquillamente su ciò che succede attorno, noto che ci sono molti cinquantini formato fuoristrada con gigantesche ceste di vimini a mo’ di borse laterali. La necessità aguzza l’ingegno. E probabilmente hanno una Motorizzazione Civile diversa da quella italiana.

Proseguo lungo le strade che si snodano su e giù per il parco naturale della sierra, per la Sierra Ubrique, per la Riserva Nacional de Cortes de la Frontera e costeggio il Parque Natural de los Alcornocales. Durante una sosta tecnica noto un cumulo di corteccia di sughero, ai limiti della zona del parco. Le condizioni delle strade variano dall’ottimo all’ottimamente sconnesso con ampie deformazioni longitudinali e trasversali. Questi commenti mi fanno venire in mente l’episodio di Asterix ambientato in Spagna, dove già le osservazioni su strade e turisti si sprecavano e risultano attualissime seppure siano state scritte nel 1969.
Mentre sono in coda in attesa ad un passaggio a livello a Estación de San Roque e ne approfitto per piegare la cartina (anche se l’associazione di un’azione ordinata con questo termine non ha nulla a che fare con la realtà, come può testimoniare chiunque abbia lottato con una cartina formato tovaglia per metterla nella busta trasparente di una borsa da serbatoio), mi salutano due motociclisti provenienti in senso opposto che hanno evidentemente sviluppato un’interpretazione del tutto personale sul significato delle mezze sbarre abbassate.

Colgo l’occasione per decidere che di Gibilterra non me ne frega niente e mi dirigo verso Tarifa. Lascio alla mia sinistra la città di Algeciras ed inizio ad affrontare la comodissima (e anche un po’ monotona) strada verso l’estrema punta meridionale della penisola iberica. Presto iniziano a tenermi compagnia le prime raffiche di vento. Si spiega facilmente perché la zona sia conosciuta come un paradiso dai surfisti e anche perché abbiano queste grandissime coltivazioni di generatori eolici. La linea dell’orizzonte è contrassegnata dalla presenza di questi moderni mulini a vento che macinano elettricità e che avrebbero ancora di più fatto uscire di cotenna il buon Don Quixote, anche se la Spagna non è la prima nazione europea produttrice di questo tipo di corrente – primato che spetta alla Danimarca (e questa affermazione trae spunto dagli insegnamenti del mago Forest, per dimostrare che non sono un ignorante!).

Tarifa è una delusione. Decido da subito che non mi ispira assolutamente come stazione per la notte. Comunque riesco a vedere l’Africa, anche se un po’ di foschia non rende la cosa un’esperienza indimenticabile. Un “ragazzo” hippy (e che almeno sembra avere partecipato attivamente alla fondazione di questo pensiero) se ne sta su una panchina, e con lui qualche decina di gatti. Tutti quanti a godersi quel po’ di calore che il sole riesce a trasmettere, senza nulla di più importante da fare. Sono tentato di far loro compagnia, non tanto fisicamente quanto come concetto, ma sono curioso di vedere come continua. La strada offre parecchi alberghi tra cui anche l’Hurricane, citato in maniera lusinghiera in una guida e con un nome che sicuramente mi ispira.
Mal che vada, so dove tornare (anche se conoscendomi so già che non tornerò indietro fin qui). In spiaggia ci sono dozzine di aquiloni acrobatici, e lungo le strade ormai ho incontrato almeno altrettante pattuglie della Guardia Civil. Non si può certo dire che non facciano sentire la loro presenza. Apprezzo molto il fatto che non abbiano avuto nulla da dire sulla mia inversione ad U per fare una foto…

Seguo le indicazioni che mi riportano verso la costa, verso Zahara de los Atunes. La deviazione è meritevole, il posto non è male anche se non c’è molta vita. C’è un hotel in particolare dal quale sta lentamente sfollando un nutrito gruppo di indigeni, probabilmente reduci da un lauto pranzo. Decido di esplorare ancora le vicinanze, ma che questo potrebbe diventare il posto dove passare la notte: ha un garage, le stanze sulla spiaggia, un ristorante a fianco…
La vicina cittadina di Barbate è un importante centro peschereccio, ma di turistico ha molto poco, anzi, probabilmente sono capitato anche in un quartiere abbastanza “sbagliato”. A pochi km c’è Vejer de la Frontera che viene citata – e a ragione – come avere stradine estremamente tortuose e ripide. Persino la strada per salire sulla collina sulla quale è arroccata è ingannevole: appena invoglia a prendere un po’ di velocità ti presenta davanti un secchissimo tornante.
Al rientro a Zahara, ormai terminato l’esodo dei festeggianti, prendo possesso della mia camera, fino a questo momento forse la più bella nella quale ho dormito e porto la TA nel garage che di notte viene anche chiuso, mi assicura il proprietario. Viste le auto che ci sono posteggiate (BMW, Audi, Mercedes) direi che è un bene. Purtroppo il ristorante a fianco nel frattempo ha chiuso. Poco male, una veloce passeggiata mi riporta nel centro, se così si può chiamare, di Zahara. La maggior parte dei pochi locali aperti sono ancora frequentati da coloro che seguono una partita di calcio alla tv. Non volendo essere l’unico avventore, seguo una famigliola che entra in un ristorante al quale da fuori non si sarebbe dato molto. Intanto si è anche alzato un forte vento fresco che si farà sentire tutte le volte che verrà aperta la porta. La cena non è male, ma non all’altezza delle precedenti, soprattutto i calamari fritti sono piuttosto gommosi. Alla fine però il ristorantino è bello affollato e tutto sommato non è spiacevole.

 


Day 6 (dom 2.12.2001): da Zahara de los Atunes a Cordoba

La nebbia sopra l’oceano accoglie quella che sarà la giornata meno entusiasmante del tour. Rapida colazione e vado a recuperare la moto dal garage che però è chiuso dall’interno. Lo viene ad aprire la ragazzina che stava facendo le pulizie e che pare soffrire di estrema timidezza.
Pian piano la nebbia si solleva e ne trovo ancora qualche banco lungo la strada già percorsa ieri sera, verso Barbate. Il percorso previsto per oggi è comunque tale da rivoluzionare i piani formulati la sera prima. Decido che Siviglia sarebbe troppa cultura e che preferisco visitare la patria dei famosi maiali, all’origine degli ancor più famosi prosciutti.
Il primo tratto mi porta verso Medina Sidonia, Arcos de la Frontera e per un tratto fiancheggia quasi il parco naturale che ho attraversato ieri. Infatti i paesaggi sono ancora interessanti, le strade non si possono propriamente definire in buone condizioni, ma almeno sono divertenti. Ancora qualche stradina secondaria non frequentata dove incontro altri i cinquantini off-road con le ceste in vimini e a Las Cabezas de San Juan entro in autostrada, diretto a nord. A parte il poco traffico è un percorso insignificante e monotono, che però mi permette di lasciare velocemente alla mia destra la città di Siviglia, lanciando un rapido sguardo alla Giralda che si erge sopra gli altri tetti. E passo pure sopra il ponte moderno costruito in occasione dell’Expo.
La statale diretta a nord, verso la Sierra Morena, si rivela ben presto come uno dei percorsi favoriti dai motociclisti spagnoli della domenica. Almeno ricambiano i saluti. Anche la coppietta che avanzava a velocità stranamente ridotta per le caratteristiche del mezzo. Quando mi hanno ripreso ho capito che prima alla guida c’era lei che stava evidentemente muovendo i primi passi. Mi fermo a fare benzina: c’è un solo addetto per 8 pompe ed immaginando che sia self-service tento il rifornimento. Purtroppo così non è, e mi tocca aspettare che finisca di saltare da un cliente all’altro. Però non mi sono sentito parole per il mio tentativo (probabilmente si è limitato a pensarle).
La strada è decisamente diritta, ma almeno permette di ammirare un elegante sistema adottato dalle autorità locali per evitare che si sfrecci a velocità elevate attraverso i centri urbani: a qualche centinaio di metri dall’ingresso in paese c’è un segnale di avviso che indica la velocità massima ammessa e che il prossimo semaforo sarà rosso se questa viene superata. E così è: un sistema radar (suppongo) ti inquadra e se eccedi anche di poco i 40 o 50 all’ora trovi il semaforo rosso, giusto il tempo di doversi fermare; poi scatta di nuovo il lampeggiante. E se il paese è abbastanza lungo, il giochino si ripete. Non sarà la panacea di tutti i mali, però mi sembra un’ottima idea visto che il non rispettare un rosso è più caro rispetto ad un eccesso di velocità.
Sosta tecnica in una piazzola di sosta, sotto un’albero di ghiande (anche conosciuto come quercia). Saranno queste le ghiande che mangiano i porci indigeni? Suona il cellulare: come avrà fatto mio fratello a sapere che proprio in questo momento sono fermo e posso rispondere?
Arrivo ad Aracena e oltre alla moto parcheggio me stesso ad un tavolino nella piazza che ha tutta l’aria di essere quella principale. Finalmente gusto il vero jamón serrano e dell’ottimo churrasco, ma nel bere mi limito ad una cocacola. Nel frattempo arrivano e si fermano al bar dall’altra parte della piazza anche 2 enduro ed un quad, con piloti che si sono meritati la pausa più del sottoscritto, almeno dall’aria sudata e polverosa che hanno. L’aria di montagna è decisamente più fresca di quella alla quale mi ero abituato lungo la costa, così decido di non fare la capatina verso Jabugo (dove si trovano i principali allevamenti dei maiali neri allevati a sole ghiande), ma di dirigermi direttamente verso Cordoba.
Ridiscendo lungo la statale già percorsa e poco prima di Sevilla imbocco più per sbaglio che per scelta una strada secondaria che porta a Cordoba. Almeno è più interessante dell’autostrada, anche se non di molto.
Poco prima di Cordoba, in un distretto industriale, mi fermo a fare benzina. Anche qui non è un fai-da-te: la ragazza che porta a ragione il nome di Angustias riesce a rovesciarmi una buona dose di carburante fuori dal serbatoio, ma non vuole saperne di lasciarmi la pistola né poi lo straccio per pulire. E mi porta anche il resto di qualche decina di pesetas (ok, centesimi di euro, ormai). Se è stato il suo primo giorno, spero che non si sia troppo demoralizzata e che non abbia preso in odio le moto!
Ai limiti della città vengo fermato ad un posto di blocco. Non mi sembra di avere corso, ho le mani fredde e pochissima voglia di recuperare tutti i vari documenti. Al primo fiume di parole che mi travolge contrappongo l’usuale diga composta dall’invito di parlare più lentamente, che sono italiano. Capisco solo qualcosa che suona tipo “tu parli il castigliano meglio di me”, al quale evito di dare peso, e che devo soffiare nell’etilometro. Pazienza, sarà rimasto deluso. Evidentemente però è un’imboscata tipica da fare nel pomeriggio delle domeniche, quando la gente torna dai pranzi luculliani. A questo posto di blocco ci saranno almeno 5 pattuglie ed appena se ne libera una, fermano immediatamente il successivo veicolo che arriva. Certo così sono più capillari che non da noi, e forse da questo punto di vista il “trasportista” del traghetto non aveva tutti i torti nell’esprimere la sua opinione sulla polizia locale.
Riesco ad addentrarmi nel centro storico di Cordoba, alla ricerca di un posto per la notte. Individuo un hostal che dichiara di avere anche il parcheggio e senza pensarci troppo (o abbastanza) decido che la stanza doppia al prezzo che mi viene proposto comprensivo di garage vale il rischio. Incatenata la TA nel garage, scopro anche perché il prezzo è così basso, pur essendo in pieno centro: la stanza è poco più grande del letto, ed il bagno è in time-sharing in corridoio. Pazienza, è comunque pulita e a pochi passi dai monumenti principali. Tra gli altri ospiti c’è una famigliola francese in giro per la Spagna in bicicletta ed una coppia di ragazzi statunitensi. Il francese è l’indiziato numero uno sull’origine dei peli di barba fatta in bagno ma non sciacquati…
Dedico il resto della giornata ad esplorare a piedi la città, andandomi ad infilare anche al Corte Ingles: dopo un po’ ne ho già abbastanza di tutta questa folla, però il reparto gastronomia di questo grande magazzino è proprio uno spettacolo! Visito il ponte romano, l’ampia piazza della Corredera che però di notte non sembra essere eccessivamente rassicurante. Il quartiere ebraico alle spalle della moschea con le sue viuzze contorte invita invece a girare a casaccio. Il ristorante che adocchio è stranamente deserto, anche per le abitudini locali.
Alla fine scoprirò che il motivo per cui sono l’unico avventore è che la domenica sera, specie d’inverno, pare non essere diffusa l’abitudine di cenare fuori, almeno qui. Fatto sta che, dopo qualche gustosa tapas, tra cui degli ottimi champignons all’aglio o viceversa, e un paio di birre alla mia uscita il portone viene immediatamente barricato. Ancora quattro passi mentre la temperatura cala fino a 7 gradi e poi a nanna.
 


Day 7 (lun 3.12.2001): da Cordoba a Granada

Alle 8 sono già pronto per uscire, e sbrando la signora che gestisce l’hostal per farmi aprire il portone chiuso a chiave anche in uscita. Nonostante esca con aria molto assonnata dai suoi quartieri dietro al bancone della reception e sia almeno raffreddata quanto la sera prima, è comunque gentile e mi ricorda ancora che devo liberare la stanza entro mezzogiorno, ma se voglio posso lasciare moto e bagagli fin quando mi pare.
Questa mattina fa freddo (5°C) ma la colazione è ugualmente gratificante, in un bar della Judería che evidentemente di sera si anima di più, con tanto di lungo bancone con sbarra su cui poggiare gli stivali, in perfetto stile western. Intanto i ragazzini stanno andando a scuola. Lunedì è lunedì dappertutto!
Mi trovo rapidamente nei pressi della Mezquita-Catedral ed i portoni che la sera precedente erano decisamente sbarrati ora sono semiaperti. Entro all’interno di questo peculiare complesso: già il cortile degli aranci (El patio de los Naranjos) colpisce per gli innumerevoli alberi d’arancio piantati dai cristiani a seguito della Riconquista. Da qui si accede all’attuale moschea, al centro della quale è stata innalzata la cattedrale gotica della quale pare che Carlo V abbia detto “avete distrutto qualcosa di unico al mondo per costruire qualcosa che si può trovare ovunque”.
 

Ma la cosa più bella in assoluto è che sono l’unico visitatore. Qualche guardia del servizio di sicurezza mi osserva annoiata, passa l’omino con la pulitrice, passa un prete, ma sono l’unico turista. E me la giro in lungo ed in largo, riesco anche a fermarmi a studiare (senza poi capirci molto, però è divertente) delle lapidi con tanto di teschio e ossa incrociate.
Uscendo in effetti mi si chiarisce il perché non ho trovato compagnia: il botteghino che vende i biglietti d’accesso sta aprendo solo ora… pazienza.
Qualsiasi fosse il costo del biglietto, ne sarebbe valsa la pena.
Giro ancora un po’ per il quartiere ebraico gustandomi le strette stradine alla luce del giorno, vedo una macchina con il lunotto disintegrato – da pochissimo, visto che sul posto stanno giungendo polizia e curiosi e una negoziante spiega tutta accalorata quello che è successo. Questo conferma in parte gli avvisi sulla criminalità locale dalla quale ero stato messo in guardia prima della partenza, ma che non ho avuto altro modo di osservare né di vivere, probabilmente complice la bassissima stagione. Non ne ho sentito la mancanza, comunque!
Torno dalla mia amica dell’hostal, che ora da sveglia tossisce con maggiore convinzione e recupero la mia TA, ancora tranquilla ed incatenata nella sicurezza del garage. Partiamo in direzione Granada, un trasferimento che si annuncia piuttosto blando.
Di questo viaggio le uniche note degne di memoria sono un punto di ristoro per uomo e mezzo all’insegna di “Gasolina & Restaurante”; uno studio dentistico all’esterno del quale sta lavorando una squadra di manutenzione strade con tanto di martello pneumatico che mi da da pensare quali pene psichiche devono patire i pazienti in sala d’attesa; le immense distese di ulivi con le reti distese per terra per la raccolta; la Sierra Nevada che si avvicina all’orizzonte e che, fedele al suo nome, si presenta con le cime innevate.
Arrivo a Granada. E’ decisamente una grande città, anche se ha all’incirca lo stesso numero di abitanti di Verona. E infatti fatico non poco ad orientarmi, fino a trovare un albergo. Stavolta è uno della catena Best Western, e vado sul sicuro. Il garage però è presso l’altra sede, a circa 600m. lascio i bagagli alla reception, carico un fattorino che mi guida fino al garage e torno a piedi. Più che mai mi sento vestito da marziano, camminando con l’abbigliamento da moto in questo viale che sembra una delle “vasche” tradizionali. Però il casco l’ho lasciato con la moto. Stavolta mi fido…
Prendo possesso della camera e mi travesto da non motociclista (beh, quasi: i jeans sono sempre e comunque Spidi, la giacca è sempre lei… cambiano felpa e scarpe!) e mi avventuro ad esplorare la città. Nonostante la cartina recuperata alla reception sbaglio completamente direzione d’approccio, ma alla fine riesco ad orientarmi e mi dirigo alla mitica Alhambra. Tutti mi hanno raccomandato di non perdermela, tutti mi hanno avvisato delle code chilometriche per acquistare il biglietto, tant’è che qualcuno mi ha anche consigliato di acquistarlo il giorno prima. Tanto poi devo fare di testa mia. Mi avvio a piedi lungo la stradina di accesso ufficiale al parco circostante.

In questa stagione ne stanno approfittando per rifare varie canalizzazioni, per cui la strada è praticabile si e no lungo i marciapiedi, quando non ci sia già qualche negoziante che stia chiacchierando con i lavoratori. La via è costellata da negozi di “chitarrai”, secondi per numero solo ai negozi di souvenir. La salita all’interno del parco è impegnativa, un buon allenamento. Incontro anche una coppia di zingare, la più anziana ci tiene a “regalarmi” un rametto di rosmarino, ma stranamente in cambio vuole un regalo in moneta e si incavola quando non voglio farmi leggere la mano. Che mi abbia lanciato qualche maledizione?
Passo l’albergo di nome Washington Irving che mi richiama alla memoria solo il romanzo di Joseph Heller, Comma 22, ma non il famoso (lo scoprirò dopo) personaggio che soggiornò anche all’interno dei palazzi nasridi. Alla fine arrivo in cima, alla biglietteria. Mi aspetto code enormi, invece posso addirittura scegliere lo sportello al quale fare il biglietto. Appena comperato, vengo assalito da una guida che ci tiene molto a spiegarmi come visitare al meglio il complesso, visto che mancano solo poche ore alla chiusura. La ascolto volentieri anche se capisco una parola su tre, non fosse altro perché è molto carina…
Come da consiglio, inizio la visita dall’Alcazaba, l’antica fortezza, alla quale si accede dalla Puerta del Vino. Fatto il giro d’obbligo, visti i panorami che si godono dalla cima della Torre de la Vela, continuo verso i palazzi nasridi. Lungo il percorso, una veloce occhiata al palazzo di Carlo V e poi si apre la finestra di mezz’ora durante la quale il biglietto d’ingresso permette l’accesso ai palazzi nasridi.
Uno stratagemma senz’altro appropriato nei periodi di sovraffollamento, ma assolutamente inutile in questi giorni. Sono pochi i turisti che mi fanno compagnia durante questa visita; immancabili i giapponesi e gli italiani…
A parte le meraviglie che queste costruzioni così insignificanti dall’esterno nascondono al loro interno, ciò che mi colpisce è la precarietà dei materiali usati: fatti per impressionare nell’immediato, ma non per durare. Le innumerevoli bacinelle appoggiate per terra servono da raccoglipioggia.
Chissà se i soldi raccolti come biglietti d’ingresso sono sufficienti per poter conservare questa struttura.
Sarebbe un peccato se andasse persa… Qualsiasi guida turistica lo può testimoniare!
 

Il percorso continua al Generalife. Subito rimango un po’ deluso dallo scoprire che è praticamente “solo” un giardino ornamentale. Poi, man mano che mi addentro, resto incantato. I giochi d’acqua, l’odore delle piante, i pochi fiori che danno una nota di colore anche a inizio dicembre, il tutto ad una temperatura decisamente gradevole, quando il tramonto si avvicina rendono l’atmosfera assolutamente incantevole. I corrimano di alcune scalinate sono dei canaletti, realizzati in modo che l’acqua che scorre abbia dappertutto la giusta velocità: ci sono quindi buche e slarghi per rallentarla, dossi e pendenze per accelerarla… sembra di essere nel mondo delle 1000 cascate… Il tutto senza il vociare di altri visitatori che mi immagino possa guastare un po’ l’esperienza durante i periodi top.
Mentre sto seduto a guardare una cascatella da una nicchia artificiale, a pochi centimetri da me cade una pigna: se è stata la zingara e mi ha mancato, forse non era poi tanto offesa…
 

Ridiscendo verso la città. Scelgo un percorso diverso dalla salita e passo vicino ad un arco in stato di abbandono, immerso tra le piante. Ricorda (in tempi non ancora sospetti per l’enorme pubblicità fatta poi al film) i luoghi del Signore degli Anelli. Pian piano torno nel mondo “normale”, nella città con i suoi negozietti, i lavori stradali, i clochard nella Plaza Nueva, e torno verso l’albergo. Mi ristoro in una simpatica bocadillería, a base di panino al prosciutto serrano e birre, e decido di andare in cerca del prosciutto al Corte Ingles locale.
Anche qui il reparto gastronomia non è male; in uno scaffale frigo hanno anche della selvaggina fresca: un paio di fagiani ancora con le piume e qualche coniglio completo di pelliccia. C’è lo stand con i prosciutti appesi: tra gli altri anche un Bellota di poco più di 6 kg alla modica cifra di 65.000Pts (circa 390 euro).
Ma esiste anche un reparto gourmet, con prelibatezze di tutti i tipi, compresa la pasta De Cecco a 1,95 euro per mezzo kg!
Dall’altra parte della strada c’è una prosciutteria: un negozio solo ed esclusivamente dedicato a prosciutti: riempiono ogni spazio possibile, mentre le condizioni igieniche generali potrebbero destare qualche perplessità.
A passeggio con sua madre incontro un bimbo con un mocio-vileda giocattolo. Così si abitua da piccolo.
Inoltrandomi nel quartiere della Cattedrale e nell’attigua Alcaiceria, che sembrano essere le zone pedonali centrali, incontro i mezzi della polizia di quartiere (delle Vespe!), e quelli di quella cittadina (più classiche F650GS, già viste in uso alle forze dell’ordine anche in altri luoghi).

La pizzeria vicino all’albergo si distingue per il forno elettrico e per i bicchieri di birra che se fossero più piccoli andrebbero bene per la grappa. Comunque la pizza è mangiabile (o forse è fame). Il padrone, seduto a tavola con una signora che non ho ben capito se è sua moglie o se ci sta provando viene interrotto nella sua cena da un ospite con tanto di valigetta: sembra una scena da “Gli Intoccabili” o giù di lì.


Day 8 (mar 4.12.2001): da Granada a Mojácar

Anche oggi vale la pena alzarsi prestino… una scarpinata in direzione Albaicín, lungo la caratteristica carrera del Darro è contrassegnata soprattutto dalle poche persone che incontro e dal freddo relativamente fastidioso. Il Paseo de los Tristes che nel pomeriggio di ieri mostrava gli ombrelloni aperti dei vari bar che vi si affacciano è ora deserto. Non ho voglia di arrampicarmi sulla collina vera e propria che da il nome a questo quartiere, e ancora meno ho voglia di addentrarmi nella zona del Sacromonte, quartiere di abitazioni troglodite nel quale i gitani sfruttano al massimo il turismo.
Decido di tornare nel quartiere della Cattedrale, che ufficialmente apre al pubblico turistico solo un’ora più tardi. Riesco ad entrare all’inizio di una messa: si vede che ho l’aria abbastanza poco turistica. Mi fermo vicino all’ingresso. Il pubblico è costituito al massimo da una decina di persone, però la messa è cantata dal coro al gran completo. E’ uno spettacolo stare ad ascoltare. Quando decido di andarmene, prima della fine, il custode deve aprire appositamente per me i pesanti portoni ed il cancello esterno.
La mattinata prosegue con un’ottima colazione nella vicina piazza, in una churrasquería. Non ho ricordi di aver mai bevuto una spremuta d’arancio così gustosa!

Preparo i bagagli e vado a recuperare la TA nel garage dell’altra sede dell’albergo, dove ritrovo il mio amico fattorino del giorno prima.
Il tentativo di uscire dalla città riesce solo parzialmente. Qualche acrobazia per arrivare sulla tangenziale e poi sbaglio uscita e mi trovo sulla strada verso la Sierra Nevada. Non mi sembra poi una grande idea sfidare neve e freddo… Torno indietro e trovo la direzione corretta, verso Guadix, che era una delle mete che mi ero prefissato originariamente, ma che ho poi scartato strada facendo. Comincia invece a preoccuparmi la gomma posteriore. E’ già bella quadrata ed ha davanti a se ancora un bel po’ di strada, soprattutto se dovessi decidere di non riprendere il traghetto anche al ritorno. Speriamo che regga.
La strada non è male, pur trattandosi di una statale. Peccato che stiano cercando anche qui di raddrizzarla e renderla ancora più scorrevole. Smetto presto di contare i cantieri, tutti contraddistinti da abbondanti bande di rallentamento. Certo che se vogliono farti andare piano, hanno trovato il modo (e questo dimostra che si può). Sono contento di aver resistito alla tentazione di dotarmi di borse laterali da caricare di vino e cibarie, anzi comincio a chiedermi se le sollecitazioni provocheranno danni al bauletto.
Sono diretto di nuovo verso la costa a nord di Almería, mi era piaciuta troppo per non farle un’altra visita. La strada diventa sempre più brutta – e più divertente – man mano che mi avvicino alla sierra. La cartina mi supporta, ma quando vedo l’indicazione “Turre (por la sierra)” non riesco a resistere: e vada per la sierra! Prima di partire una mia amica mi aveva detto “Vedrai che belle strade che ci sono, tutte a 2 corsie, larghe e diritte” ed io pensavo “spero di trovare anche qualcosa di un po’ più divertente”.

Lungo la strada della sierra mi fermo più volte per documentarle una strada che si fa sempre “meno strada”, almeno fino a quando non diventa più ragionevole concentrarsi solo sulla guida. Avrei potuto fare a meno di preoccuparmi delle sollecitazioni del bauletto causate dalle bandas sonoras se avessi anticipato questo giro! Fantastico! La Sierra Cabrera mi onora anche di un gregge di capre che decide di avere la precedenza nell’attraversamento della – continuiamo a chiamarla così – strada. Alla fine arrivo di nuovo sulla strada asfaltata che porta a Mojácar.
Mojácar è sia una cittadina arroccata su una collina (Mojácar pueblo) che una località balneare, a pochi chilometri di distanza. Trovo alloggio in un grande albergo lungo la salita della collina, che si rivela essere anche piuttosto confortevole. Alla canonica domanda se hanno un posto sicuro però la risposta è negativa. La posso lasciare fuori dalla reception dove non corre pericoli. Sarà. Un po’ preoccupato la incateno e metto il bloccadisco, lasciandogliela praticamente davanti all’ingresso.
La camera ed il bagno compensano alla grande i compromessi fatti a Cordoba; persino il poggiolo è praticabile in questa stagione. Unica nota stonata è la pressione dell’acqua della doccia che lascia molto a desiderare.
Mi avventuro a piedi ad esplorare la cittadina, che si dimostra quasi subito essere composta per la stragrande maggioranza di bar, ristoranti e negozi di souvenir.
Tra i souvenir più gettonati, la raffigurazione in tutte le salse e su qualsiasi materiale dell’Indalo: si tratta di un’incisione rupestre locale del quarto millennio a.C., un simbolo di buona fortuna ed abbondanza.
“Negli anni ’60, trovandosi di fronte una città i cui barrios si erano svuotati, il sindaco presentò un’idea innovativa: regalare delle case agli artisti. Questi resero alla moda l’incantevole villaggio[…]”. E così si spiega anche la babele di lingue: innumerevoli i volantini affissi che offrono lezioni di inglese, tedesco, francese e olandese da insegnanti di madrelingua.
Giro per la parte alta di Mojácar, fino ad arrivare in cima al castello. Oggi ci sono alcune ville private ed un bar. D’estate c’è anche una piscina con patio, ma adesso mi devo accontentare di un tavolino davanti al bar, e devo anche andare a cercare il cameriere che è più indaffarato a farsi i cavoli suoi piuttosto che badare a possibili clienti. In compenso la birra viene accompagnata da un’abbondante razione di salatini e noccioline, che mi gusto agli ultimi raggi del sole, con un panorama mozzafiato. Quando la luce mi soddisfa, mi alzo, scatto una foto, e torno a sedermi al mio tavolino. Il commento di una coppia di turisti tedeschi, al quale non posso non rispondere: “se le sai fare, questa foto può diventare bellissima”.
 

Intanto una coppia di ragazzi italiani sta cercando di farsi dare un gelato. Ma non è stagione… Peccato, io sono ancora seduto in maglietta, e solo tra un po’ quando anche l’ultimo pezzo di sole sarà coperto dalle montagne, mi rimetterò la felpa.
Passo dalla camera prima di uscire per cena e faccio in tempo a vedere un servizio pubblicitario su un dentifricio (marca inglese) con il 10% di olio di oliva.
L’Antler è gestito da una famiglia inglese (anzi, una coppia, il figlio mi sembra adattarsi piuttosto controvoglia). Il locale è piccolino, pieno di cianfrusaglie, con tante candele e tante corna di varie bestie attaccate alle pareti – e questo spiega il nome – con l’aria che sa di cucina, ma il mezzo pollo in salsa di champagne e champignons mantiene tutto ciò che il nome promette.

All’uscita i miei vestiti sanno di cibo, ma l’aria aperta è anche più piacevole di prima della cena. Mi riposo nella piazza della chiesa illuminata ad arte; la notte è silenziosa, solo qualche grillo canta. Decido che passerò anche la giornata di domani da queste parti, a costo poi di fare tutta una tirata fino a Barcellona e con il rischio di perdere il traghetto e consumare le gomme lungo le autostrade francesi.


Day 9 (mer 5.12.2001): nei dintorni di Mojácar

A colazione mi rendo conto di quali sono gli altri ospiti dell’albergo: alcuni pullman di turisti spagnoli in età “non più proprio verdissima”. Ma loro non vogliono niente da me, io niente da loro e la convivenza attorno ai buffet stile industriale è pacifica.
Giornata da dedicare all’esplorazione della costa e dell’immediato entroterra. Parto per Carboneras, lungo la strada costiera panoramica e punto verso il Faro di Roldán (XIX sec.), sulla Punta de la Media Naranja.

La strada è ottima fino al faro; però continua anche oltre, anche se lo stato di conservazione degrada rapidamente. A poche decine di metri c’è una torre di osservazione, ma la strada ormai più sentiero prosegue e inizia a scendere lungo il lato posteriore del promontorio.
E’ solo quando si fa talmente stretta e i pietroni che servivano a delimitarla sono già franati sulle sezioni sottostanti che decido che senza sapere se e dove porta è meglio tornare indietro. A patto di riuscire a girarmi. Ridiscesa la strada originale scopro dove sarei sbucato. Lotto un po’ con la tentazione di provarci dal basso, ma poi decido che sarà per un’altra volta. Mi fermo brevemente alla Playa de Los Muertos: nel parcheggio ci sono scritte a terra che invitano a prestare attenzione ai ladri…
Proseguo per Agua Amarga, piccolissimo paese in evidente attesa della stagione turistica, e cerco l’inizio della pista per Fernán Pérez: una delle mie guide la descrive come pista facilmente percorribile anche da automobili. L’indicazione per individuarne l’inizio è gigantesca e difficile da non notare. Poi però le indicazioni cessano; la pista in teoria è diritta, ma le intersezioni con piste più piccole che portano a casa di qualcuno sono parecchie e un minimo di attenzione è necessario.
A un certo punto sarebbe utile anche un po’ più del minimo, visto che finisco nella zona dei lavori di una cava, e me ne rendo conto solo quando mi trovo davanti i giganteschi camion con gli autisti che mi guardano con aria incuriosita. Beh, si fa presto a ritrovare la strada giusta!
La pista invoglia a correre, se non fosse per le tracce dei mezzi cingolati che rendono un po’ fastidioso l’avanzare, che alla fine è caratterizzato dalle immense serre su ambo i lati.

Un giro veloce per la cittadina di Rodalquilar e decido di visitare La Negra. Anche quest’ultima è evidentemente un’enclave di stranieri. Due ragazzi in calzoncini, t-shirt e ciabatte mi salutano, ma il paese non offre molto. Decido che l’insegna per la Cala del Cuervo ha qualcosa di attraente. Mi trovo in una baia che fa capo ad un campeggio, con tanto di diving center. Questo è però chiuso e dal campeggio proviene solo un po’ di vocio dal bar. La spiaggia è tutta per me. Porto la TA fino all’inizio della sabbia e mi piazzo su un roccione a prendere un po’ di sole. Il paraschiena può tornare utile anche per sdraiarsi più comodamente in queste situazioni!
Qualche sporadico personaggio compare lungo la strada da La Negra e scompare nel campeggio, ma il tutto si svolge a distanza tale da non turbare assolutamente la tranquillità del posto. Solo un turista (inconfondibilmente) tedesco sbuca dal campeggio lato mare in costume, ciabatte e pancia enorme, saluta e bofonchia qualcosa in una lingua non identificata che però capisco riguardare il suo apprezzamento per il sole; si avvicina al bagnasciuga e per un po’ temo che voglia veramente fare il bagno. Ci ripensa e riscompare dietro la recinzione. Lungo la strada dalla quale sono arrivato anch’io appare un camion rosso che trasporta birra, la Estrella. Ricorda assolutamente la pubblicità della Carlsberg, solo su note di colore differenti.

Al ritorno il pistone mi viene molto più in scioltezza, compresa foto con autoscatto. Vorrei sapere come fa mio fratello ancora una volta ad indovinare i momenti in cui sono fermo e senza casco per telefonarmi!
Avrei potuto fare in questa zona tutte le mie ferie. Per la cronaca, il periodo dal 12.7 al 12.9 e la Pasqua sono considerati alta stagione, dal 1.7 al 30.9 e Natale media, ed il resto bassa.
Cerco un posto dove rifocillarmi, ma a dimostrazione che la stagione è proprio quella bassa i pochi aperti non ispirano… ritorno in albergo e continuo la ricerca nella cittadina. Quasi tutti gli esercizi stanno chiudendo il loro turno di mezzogiorno, eppure sono solo le 15:30; tutti tranne quello all’ingresso, frequentato da indigeni, compreso il figlio dei ristoratori di ieri sera. Ottime le tapas, anche se il locale probabilmente non passerebbe un controllo dell’Uff. Igiene.

Per sfruttare al meglio l’ultimo giorno di vacanza in climi miti, non trovo di meglio che ritornare in cima alla collina del castello, dove il bar però oggi è chiuso; mi piazzo, sempre rigorosamente in maglietta, a prendere il sole, seduto sul muretto. Ripassano anche i turisti tedeschi di ieri.
Passo vicino ad un’agenzia immobiliare: le case hanno prezzi molto simili a quelli che sono abituato a vedere dalle mie parti: una villa molto bella e con vista mare a 75milioni di pesetas la pongono decisamente al di fuori non solo delle mie possibilità, ma anche delle mie fantasie.
Prima di uscire per cena ad un orario che sia accettabile (e non dico allineato!) per i locali guardo la parodia The Blair Bitch Project su Canal+ (l’unico con Linda Blair). Bella ca..ata!
Stasera – ultima cena – punto direttamente sul Mamabel’s, consigliato da entrambe le mie guide, anche se promette di non essere proprio a buon mercato.

Sono solo nel ristorante. Il cameriere è al bancone con un altro paio di ospiti (il Mamabel’s fa anche da hotel) e si gusta una birra. Ordino una zuppa di cipolle (i vantaggi del dormire da soli in camera…) perché il gazpacho che ho adocchiato è decisamente fuori stagione. Mentre aspetto arrivano delle fantastiche olive e il bicchiere di vino che ho ordinato arriva con la sua bottiglia: “tanto è quasi finita” e mi aiuterà a non uscire più proprio sobrio dal locale. Il menu multilingue mi pone il problema del perché ora improvvisamente il pesce spada si debba chiamare anche emperador. Chiedo lumi a Juan Carlos (questo il nome del cameriere) che mi spiega che in effetti non è proprio emperador (una specie di squaletto) ciò che sarà servito, ma proprio pesce spada conosciuto localmente come aguja e generalmente come pez espada. Solo che non ha avuto tempo e/o voglia di aggiornare il menu. Svelato il mistero e prendiamola per buona.
Con un condimento di capperi e vino bianco si rivela gustosissimo, qualunque pesce fosse. Durante il dessert a base di creme caramel con panna e (poco) cocco, sicuramente anche grazie al vino, comincio a fare i primi progetti di come possa essere vivere da queste parti, ed inizio a discutere con JC su quali attività possano essere fatte e permettere di sopravvivere decorosamente, possibilmente coniugando ciò che so fare con la passione per i giri in moto e le mie conoscenze linguistiche. Non sarebbe proprio impossibile…
Chiacchierando ed ascoltando musica si fanno pian piano le dieci e mezza, JC mi racconta un po’ scocciato che aspetta un gruppetto di locali che vengono a cena alle undici. E infatti puntualmente (quasi) arrivano, prima una coppia, poi l’altra. Nel frattempo decido che il cd che stiamo ascoltando da tutta la sera è veramente carino e gli chiedo se me lo vende (no) o se riesce a procurarmelo; glielo pago in anticipo sulla fiducia, che poi si rivelerà ben riposta. Musiche dalle vacanze anche a casa, ora.
Rientro in albergo e non ho la forza di cambiare canale da un documentario su Walt Disney che afferma che Mr. Walt himself è figlio di una signora originaria di Mojácar emigrata negli Stati Uniti e padre… boh, e chi si ricorda più!


Day 10 (gio 6.12.2001): da Mojacar a Barcelona

E’ il giorno del tappone di rientro a Barcelona. Ce la farò ad arrivare in tempo per il traghetto? Per saperlo posso solo partire e provare.
Prima di arrivare sull’autostrada vedo sulla mia sinistra una strana palma, con tutta la “capoccia” rivolta verso il basso. Per me è la “palma triste”, esattamente come mi sento io. Purtroppo non ho la prontezza di spirito di fotografarla.
Ripercorro il tragitto fatto all’andata, stessa autostrada, stessi caselli, stesse raffiche di vento particolarmente forti e fastidiose vicino a Tarragona. Soste solo se strettamente necessarie per me stesso o per far benzina; cibo… lasciamo perdere…(una specie di pasta sfoglia con cumino; sicuramente non va a male, un po’ come il lembas o pan di via degli elfi. Ma assai meno gustoso e nutriente!)
Ormai sono sufficientemente vicino a Barcelona e con abbastanza tempo a disposizione e decido di proseguire lungo la costa, passando per Sitges. A dire la verità speravo anche di evitare qualche tratto autostradale a pagamento, ma il pedaggio riescono a riscuoterlo dappertutto! La statale lungo la costiera è quasi divertente se non fosse per il traffico decisamente fastidioso. Eh già mi sono proprio abituato bene nel Sur!
Ovviamente sbaglio l’uscita e mi trovo nel pieno della zona portuale commerciale, un paio di personaggi altrettanto persi ma a piedi mi chiedono dove possono prendere l’autobus (?!?!) e, alla fine, dopo aver girato qualche volta attorno alla rotonda di ingresso in questa area e qualche manovra fingendo di ignorare segnali di divieto, impersonificando mezzi di soccorso e ricorrendo ad altri stratagemmi pur di non dover rispettare le indicazioni riesco a ritornare sulla strada verso Barcelona città. Arrivo al terminal della GNV dove un personaggio con giacca da staff alla mia richiesta per i tickets, dopo avermi dato le indicazioni, mi dice “ma sei italiano?” “Sì” “Ma allora parla italiano!” “Se ti metti una giacca con le scritte in italiano ti parlo in italiano, se sono in spagnolo, provo a comunicare” (e continuo mentalmente ma tralascio per decenza).
C’è comunque ancora abbastanza tempo per non rimanere ad aspettare qui, e così mi dirigo verso Barceloneta, sfidando un traffico che avrei volentieri evitato. Finisco al “Rey de la Gamba”. Moto a pochi metri inlucchettata e bene in vista, borsa accuratamente sotto al tavolo, ed è il cameriere stesso che si preoccupa che lo faccia. Meno male che mi fermo poco! Ne ho già abbastanza!! El rey de la gamba in persona, munito di fischietto e parlando 5 parole per ogni lingua (comincio a credere anche le più esotiche) cerca di attirare clienti nel suo locale, ma fa girare al largo una comitiva, probabilmente una gita scolastica che evidentemente gli avrebbe creato più lavoro che guadagno.
Alla fine mi imbarco. Al solito con GNV le operazioni sono spedite, la moto viene da loro legata (bene, senza danni) e resto sul ponte finché non siamo in mare, fuori dal porto di Barcelona. Il restante gruppetto di disperati che resta affacciato fino alla fine credo faccia parte di una gita scolastica di origine partenopea. C’è anche un ragazzo che lascia la ragazza a Barcelona: lei resta, con la sua Vespa, a salutarlo finché non viene fatta uscire dalla zona di imbarco dagli operatori di terra della GNV, e poi aspetta ancora dietro la rete finchè non siamo fuori vista.
Al cinema di bordo danno Matrix in spagnolo. Dopo averlo visto una dozzina di volte in italiano ed inglese sarà un’esperienza nuova.


Day 11 (ven 7.12.2001): da Genova a Verona

Il viaggio nell’ultima parte è più vicino alla costa di quanto prevedesse la rotta originale, ma è una soluzione legata alle condizioni del mare che durante la traversata del golfo di Lione era piuttosto agitato. Tutto procede da piano, l’arrivo a Genova è leggermente in ritardo sulla tabella di marcia.
Al momento dello sbarco mi vesto ed imbottisco ben bene, pronto per affrontare il viaggio di ritorno. Appena a terra vengo fermato dalla polizia per un controllo di routine. Mi tolgo un po’ di strati “se l’avessi saputo, avrei aspettato a vestirmi…”. A Genova stessa la temperatura è gradevole, siamo ancora a 15°. Appena saliti sull’Appennino lo è già un po’ meno. Nella pianura padana, stranamente sgombra da nebbie, il freddo, l’umidità e la stanchezza cominciano a farsi sentire. Riesco a stento a trattenermi dall’esprimere i miei pensieri alla benzinaia all’area di servizio di Cremona che mi chiede se non è che fa freddo in moto.
4276 km dopo la partenza sono di nuovo a casa, consumando poco meno di 230 litri di benzina e squadrando bene la gomma posteriore.


Final edit (epilogo)

La gomma la cambierò poi, 2mila km più tardi e 4 mesi dopo. Però, in via del tutto eccezionale, un lavaggio se l’è meritato. E infatti, a meno di una settimana dal rientro e dal lavaggio, si scatena la bufera di neve del 13.12, che ho affrontato in moto, ovviamente. Che cambiamento!

Dei posti che mi ero ripromesso di vedere, ne ho visti e visitati solo alcuni. Gli altri dovranno aspettare il prossimo giro.